mercoledì 28 gennaio 2009

Il ruolo delle emozioni nelle decisioni economiche

Dopo un 2008 terribile, anche questo primo scorcio del 2009 sembra confermare che la crisi finanziaria mondiale non ha ancora mollato la presa. Gli investitori rimangono in balia della tempesta, come pezzi di legno trasportati su e giù da gigantesche onde, a causa della volatilità dei mercati che rimane su livelli di guardia.
In questa situazione le considerazioni che sento fare dai risparmiatori hanno un unico filo conduttore, il pessimismo più assoluto: il peggio deve ancora arrivare, le previsioni sono fosche, questa volta non è una crisi come le altre, eccetera eccetera. E’ difficile dar loro torto, ma solo poco più di un anno fa il pensiero di quelle stesse persone era di tutt’altro tenore, improntato com’era ad un ottimismo che non lasciava spazio alla possibilità di una recessione economica…e sappiamo come è andata a finire.
Con questo voglio dire che il risparmiatore che si approccia agli investimenti durante le fasi di rialzo dei mercati rischia di commettere un errore di valutazione: fa i propri calcoli basandosi su un rendimento atteso degli investimenti e non fa i conti con le possibilità di perdita, in quanto nella fase rialzista il rischio non è abbastanza percepito. Non essendo mentalmente preparato a subire una perdita succede che, quando il mercato vira al ribasso, l'investitore si scopre improvvisamente avverso al rischio e mette in discussione le scelte fatte solo poco tempo prima, magari sulla base di opinabili previsioni diffuse più per riempire i giornali che per spirito d’informazione.
Entrano di fatto in gioco quei processi mentali che poco o nulla hanno a che fare con la razionalità e che gli studiosi di finanza comportamentale hanno chiamato “euristiche”, ossia quelle scorciatoie mentali che normalmente utilizziamo per prendere decisioni in situazioni di incertezza, allo scopo di risparmiare tempo ed energie (che sono invece necessarie per pianificare consapevolmente i propri investimenti e i propri obiettivi).
A questo punto non sarete sorpresi nell’apprendere che il premio Nobel per l’Economia del 2002 è stato assegnato a Daniel Kahneman, uno psicologo i cui studi hanno rivoluzionato le spiegazioni dell’economia tradizionale sulle dinamiche alla base delle decisioni economiche. Il Comitato del Nobel ha così motivato l’assegnazione del premio: “per avere integrato nella scienza dell’economia scoperte della ricerca psicologica”. Grazie ad una serie di esperimenti sul comportamento degli individui nel prendere decisioni in condizioni di incertezza Kahneman, professore all’Università di Princeton, ha contribuito in maniera determinante al nascere di una nuova branca economica nota con il nome di finanza comportamentale. I suoi studi contribuiscono a spiegare il comportamento irrazionale degli individui nei mercati finanziari e la conseguente formazione delle bolle speculative (come quella del mercato immobiliare che ha scatenato l’attuale crisi economica).
Una delle scorciatoie più potenti è la cosiddetta “avversione alle perdite” che ha l’effetto di far sembrare le perdite di denaro più grandi dei guadagni: gli studi hanno dimostrato che a seguito di una perdita di 1.000 euro è necessario un guadagno di quasi 2.000 euro per produrre nell'individuo una sensazione di pareggio. Questo comportamento ha l'effetto paradossale di indurre gli investitori in perdita ad assumersi maggiori rischi di quelli che sarebbero disposti a sopportare in una situazione di pareggio o di guadagno, nella speranza di annullare la perdita e il dolore che porta con sè.
Questo atteggiamento può rivelarsi particolarmente dannoso, soprattutto durante i crolli di mercato come quello attuale. La ciliegina sulla torta, si fa per dire, viene messa quando l'investitore, in preda alla rassegnazione e allo sconforto per i continui ribassi del mercato, decide che è giunto il momento di disinvestire per mettere fine alla sofferenza e all’incertezza. Spesso la decisione avviene quando la fase di ribasso ha raggiunto il fondo e quando gli investitori accorti iniziano ad accumulare gli investimenti a sconto che altri stanno svendendo.
Se questi atteggiamenti mentali fossero facilmente riconoscibili ed evitabili sarebbe possibile non lasciarsi guidare dalle emozioni, ma proprio le indagini della finanza comportamentale hanno dimostrato la difficoltà di sottrarsi a certi comportamenti. Di qui la necessità di ricorrere a delle contromisure, come Ulisse che si fece legare all'albero della nave per non rispondere al richiamo delle sirene. Nel nostro caso l'albero è rappresentato dagli obiettivi a medio e lungo termine che si vogliono realizzare e dal proprio profilo di rischio (da definire in funzione della massima perdita sopportabile e non dei guadagni attesi), mentre la corda è rappresentata da una pianificazione finanziaria obiettiva e indipendente. La pianificazione permette di restare concentrati sugli obiettivi e non cadere nel tranello teso dalle sirene che si manifestano sotto forma di avidità e di panico. Rispettare il piano prestabilito non vuol dire rimanere immobili, ma significa modulare l'esposizione ai mercati in funzioni delle condizioni economiche, evitando per tempo lo scoppio delle bolle speculative, senza stravolgere la propria strategia di fondo.

giovedì 8 gennaio 2009

Il 2009 inizia con uno spiraglio di sole...

"Tracciando un bilancio annuale dei miei investimenti in fondi comuni mi ritrovo con una perdita di circa il 30%. Viste le previsioni fosche dell’economia mi domando se sia meglio liquidare in perdita o mantenere gli investimenti in attesa della ripresa."

Questa è una domanda che mi è arrivata per la rubrica sul risparmio che curo per un giornale locale e pone un problema che attanaglia molti risparmiatori che sono stati colpiti dalla scure della crisi economica mondiale che, come spesso accade, produce i suoi effetti sui mercati finanziari con qualche mese di anticipo. Infatti le borse mondiali hanno chiuso il 2008 con ribassi spaventosi (nell’ordine del 50% per la piazza finanziaria italiana) e non se la sono passata molto meglio i possessori di obbligazioni societarie (basti pensare ai ribassi dei bond delle banche americane e al fallimento di Lehman Brothers), che hanno scontato l’incremento del tasso di fallimento che la crisi economica produrrà nelle aziende, o i sottoscrittori del debito pubblico dei paesi emergenti. Nel caso dei fondi comuni il rischio di fallimento è mitigato dalla diversificazione dell’investimento su più titoli, ma si è comunque esposti al rischio di perdite.
La soluzione ai dubbi del lettore non può prescindere da una valutazione complessiva dalle esigenze dello stesso: sembra banale, ma pochi risparmiatori, oserei dire una piccola riserva indiana, affrontano l’investimento del proprio patrimonio, piccolo o grande che sia, pianificando correttamente i propri obiettivi, destinando una quota per le emergenze a investimenti immediatamente liquidabili, stabilendo il proprio orizzonte temporale e analizzando la propria propensione all’investimento. In questo non sono certo aiutati dagli intermediari finanziari tradizionali che, nella logica commerciale, sono impegnati più a vendere il prodotto che a fornire una reale consulenza al cliente.
Il risultato della mancata pianificazione viene a galla quando, come nel corso dell’anno appena trascorso, le cose vanno per il verso sbagliato e si mette in discussione l’intero impianto dei propri investimenti. Nel caso gli investimenti non siano adatti alle proprie esigenze è il caso di liquidare e reimpostare una strategia per affrontare il futuro, ma se la strategia è coerente con il proprio profilo e non si è intervenuti fino ad ora, è forse più opportuno mantenere l’allocazione attuale. E’ bene comunque verificare che non ci siano in portafoglio titoli particolarmente a rischio o prodotti inefficienti dal punto di vista costo/rendimento.
Sui mercati finanziari il 2009, in controtendenza con l’andamento meteorologico, è iniziato con uno spiraglio di sole, ma è ancora presto per dire se ciò anticipa l’inizio della primavera…

lunedì 15 dicembre 2008

Tremonti e il Governo sollecitano l'acquisto di Titoli di Stato

L’appello del ministro Tremonti, a cui è seguito quello del Presidente del Consiglio, rivolto agli italiani perchè sottoscrivano i titoli di stato è condivisibile o è il sintomo della situazione difficile dell'Italia?
Premesso che i titoli governativi dell’area europea costuiscono la base del portafoglio finanziario dell’investitore tipico, vediamo più in dettaglio quelli dello stato italiano. I titoli di stato sono obbligazioni che il tesoro italiano emette per finanziare il debito pubblico e si dividono in due grandi categorie: a tasso variabile e a tasso fisso. Nel primo caso il rendimento offerto è variabile in funzione dell’andamento dei tassi. I nostri CCT hanno una cedola semestrale legata al rendimento offerto dal BOT 6 mesi aumentata di uno spread. Il momento migliore per avere in portafoglio tali titoli è quello delle fasi caratterizzate da un rialzo dei tassi di interesse (come durante il periodo 2006 – 2007) in modo da beneficiare di cedole crescenti. Nei titoli a tasso fisso la cedola rappresenta invece una percentuale fissa del valore nominale del titolo: la cedola dipenderà dal livello dei tassi nel momento di emissione e dalla durata del titolo stesso. Fanno parte di questa tipologia i BTP il cui prezzo oscilla, durante il periodo di vita, generando opportunità di guadagno o rischio di perdita in funzione dell’andamento dei tassi di riferimento stabiliti dalla Banca Centrale Europea. Le fasi caratterizzate da un ribasso dei tassi (come quella attuale) favoriscono i possessori di titoli a reddito fisso che, oltre a percepire la cedola, vedono il valore dei titoli in portafoglio salire in proporzione alla riduzione dei tassi e alla scadenza.
Per il futuro prossimo il consenso è per una ulteriore diminuzione del tasso europeo almeno fino al 2% entro la prima metà del 2009. In questo contesto dovrebbero essere favoriti ancora i titoli a tasso fisso, anche se una buona parte del ribasso dei tassi è già avvenuta, anche a motivo della riduzione attesa dell’inflazione che ha l’effetto di aumentare i rendimenti reali (ossia quelli al netto del tasso d’inflazione). Ai primi segnali di ripresa economica, in vista di una ripresa dei tassi e dell’inflazione, bisognerà orientarsi invece sulle obbligazioni a tasso variabile.
Per quanto riguarda i titoli italiani si sta verificando un considerevole aumento del rendimento offerto rispetto alle obbligazioni dello stato tedesco, che sono ritenute i titoli più sicuri. Questa differenza, ben superiore all’1%, è sui valori massimi dall’introduzione dell’euro e segnala una percezione del rischio paese in aumento a causa del maggior debito pubblico italiano. Da qui l’esigenza per lo stato di offrire un rendimento più alto ai detentori del debito nostrano, che oltre ai risparmiatori italiani sono rappresentati da investitori esteri.
In sostanza la preoccupante situazione finanziaria dell’Italia (aggravata dalla forte recessione economica), giustifica il rendimento aggiuntivo, ma l’appartenenza all’Unione Europea e all’Euro, pur in mancanza di impegni ufficiali, consente comunque al nostro paese di godere di una probabile protezione delle autorità finanziarie internazionali nell’ipotesi catastrofica di insolvenza.

La bolla immobiliare

In questi giorni sto leggendo il recentissimo libro di Robert J. Shiller, il padre del citato indice Case-Shiller, dal titolo “ Finanza Scock - Come uscire dalla crisi dei mutui subprime” che conferma la tesi della bolla immobiliare come causa primaria della crisi che stiamo attraversando e la prevedibilità della scoppio della bolla stessa. Nel libro Shiller sostiene anche che se non verranno prese delle misure a sostegno delle fasce della popolazione più deboli, in particolare sotto forma di aiuti alle famiglie in difficoltà con il pagamento dei mutui, la crisi è destinata ad acuirsi. Le conseguenze dei pignoramenti in aumento, in uno scenario di prezzi delle case in ribasso, si rifletteranno negativamente sui bilanci delle banche e sull’equilibro socio-economico degli Stati Uniti. Sempre secondo Shiller in assenza di interventi sia di breve che di medio-lungo termine, la crisi sarebbe solo agli inizi. In un precedente intervento avevo scritto “le istituzioni preposte al controllo dei mercati finanziari e alla guida delle leve monetarie e fiscali (banche centrali, governi, autorità di controllo dei mercati) stanno facendo le manovre più opportune e hanno il pieno controllo della situazione?”: la conferma avuta leggendo Shiller, mi fa ribadire che gli interventi di salvataggio delle banche sono sì indispensabili, ma non sufficienti a stabilizzare il quadro economico.

venerdì 5 dicembre 2008

I nostri risparmi sono a rischio?

La crisi finanziaria che sta travolgendo i mercati mondiali ha subito nell’ottobre scorso un'accelerazione tale che ha spinto i commentatori economici a paragonarla a quella che, fino ad oggi, era unanimemente considerata la peggior crisi economico-finanziaria dell'era moderna: quella che investì l'America nel 1929 provocando fallimenti e recessione. Il tam-tam di notizie riguardanti le difficoltà in cui versano gli istituti finanziari hanno creato un clima di panico che ha portato al crollo dei mercati finanziari. Ribassi a due cifre hanno colpito non solo i titoli azionari, ma anche quelli delle obbligazioni societarie e le quotazioni delle materie prime.
In questo contesto si hanno notizie di risparmiatori che, preoccupati per la sicurezza dei propri risparmi, si sono recati presso le banche a ritirare il contante e/o a liquidare i prodotti finanziari ritenuti a rischio fallimento. Ma quali sono effettivamente questi rischi? Cerchiamo di fare un po' di chiarezza riguardo.
I Conti correnti sono garantiti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, un consorzio tra gli istituti di credito che garantisce il correntista, in caso di insolvenza della banca, fino all’importo di 103.291,38 euro per depositante e per istituto di credito. In pratica la garanzia copre ogni conto corrente posseduto in banche differenti e, nel caso di conti cointestati, la soglia di garanzia è riconosciuta ad ogni intestatario. Ad esempio il conto corrente cointestato a marito e moglie gode di una garanzia complessiva di circa 206.000 euro.
Aderiscono al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi tutte le banche italiane, ad eccezione di quelle di credito cooperativo aderenti al Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo. Le filiali di banche comunitarie operanti in Italia possono aderire al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi al fine di integrare la tutela offerta dal sistema di garanzia dello Stato di appartenenza, mentre le filiali di banche extracomunitarie autorizzate in Italia sono obbligate all’adesione (salvo che non partecipino a un sistema di garanzia estero equivalente). La garanzia, che si estende ai depositi, agli assegni circolari e ai certificati di deposito nominativi, è valida a tutti gli effetti anche per i Conti Correnti on-line delle medesime banche.
Vista la drammaticità della crisi, il dubbio sulla capacità Fondo Interbancario di far fronte ad un eventuale crollo del sistema bancario nel suo complesso ha spinto il governo ad agire. Al fine di rassicurare ulteriormente i risparmiatori il governo ha ritenuto opportuno di aggiungere, per i prossimi tre anni, la garanzia dello Stato Italiano a quella del Fondo, in modo da garantire le risorse necessarie a far fronte ad un eventuale insolvenza sistemica.
I libretti postali, essendo emessi dalla Cassa Depositi e Prestiti, godono della garanzia dello Stato Italiano al pari dei titoli del debito pubblico che in tempo di crisi sono tornati in voga tra i risparmiatori: BOT, CCT, CTZ e BTP.
Tra le forme di impiego del risparmio a breve termine più utilizzate ci sono i Pronti Contro Termine che non rientrano tra gli strumenti coperti dalla garanzia del Fondo Interbancario. Normalmente il titolo obbligazionario sottostante il Pronti Contro Termine è costituito da titoli di stato (quindi emissioni governative) che danno un certo livello di sicurezza anche in caso di fallimento dell’intermediario. Recentemente però è possibile imbattersi in PCT che hanno come sottostante obbligazionari societarie (a volte titoli emessi della stessa Banca con cui si sottoscrive il PCT): questo implica che per l’investitore è opportuno valutare con attenzione anche il rischio emittente.
Un capitolo a parte riguarda gli strumenti finanziari di proprietà del risparmiatore e detenuti in custodia dalle banche. E’ questo il caso dei Fondi Comuni, degli ETF, dei Fondi Pensione, delle Polizze Unit Linked e delle Gestioni Patrimoniali o in Fondi. Questi strumenti sono separati dal patrimonio dell'emittente e quindi sono soggetti al rischio di mercato, ma non a quello di insolvenza: la garanzia riguarda quindi la liquidabilità, ma non il valore degli investimenti effettuati.
Le Polizze Index Linked e i Certificates sono invece soggetti al rischio emittente, come ben sanno i sottoscrittori delle Index Linked vendute in Italia e garantite da obbligazioni Lehman Brother, i quali ritenevano di aver sottoscritto prodotti sicuri e che si troveranno invece a fare i conti con l’insolvenza della banca americana.
In seguito all'intervento messo in campo dal Tesoro degli Stati Uniti, anche l'Europa ha deciso di attuare delle contromisure per arginare la crisi finanziaria. Le contromisure, lasciate all'attuazione dei singoli Stati, vanno dall'acquisto di azioni privilegiate delle banche da parte dello Stato, alla garanzia sulle obbligazioni emesse dagli intermediari finanziari ritenuti solvibili. Queste misure hanno un comune denominatore: il tentativo di ristabilire un clima di fiducia nel sistema bancario e sostenere il credito alle aziende. Una volta ristabilita la fiducia nel sistema le istituzioni dovranno affrontare le conseguenze profondamente negative che questa crisi avrà sull'economia reale e di riflesso su tutti cittadini, che siano o meno degli investitori.

martedì 25 novembre 2008

Fondi e titoli azionari: è il momento di rientrare in Borsa?!

La crisi finanziaria che ha investito le borse mondiali e sta facendo sentire i suoi effetti sull’economia reale ha fatto crollare le quotazioni dei titoli azionari e dei prodotti ad essi collegati. Per avere un’idea dell’entità dei ribassi basti pensare che l’indice delle borse mondiali è sceso del 41% nell’ultimo anno, peggio hanno fatto i Paesi Emergenti con un meno 48% (indici MSCI espressi in valuta locale). Per restare in casa nostra la borsa italiana, rappresentata dall’indice Comit, ha perso il 45% da un anno a questa parte.
Le quotazioni odierne dei titoli azionari sono abbondantemente a sconto rispetto alla media degli ultimi 10 anni. Questo dato emerge dall’analisi di uno degli indicatori maggiormente utilizzati per determinare la convenienza dell’investimento azionario: il rapporto tra il prezzo di borsa e l’utile netto delle aziende. A fine ottobre il suddetto rapporto si è attestato a 9,80, contro una media a 10 anni di 20,00 (indice Datastream World – Fonte: banca dati Il Sole 24 Ore) segnalando una situazione di sottovalutazione delle quotazioni. Questo indicatore prende a riferimento gli utili attuali e considerando un calo degli utili nei prossimi mesi, a causa della pesante recessione che sta colpendo l’economia mondiale, potrebbe salire rendendo meno attraente la prospettiva dei ritorni azionari. Ma se consideriamo il calo degli utili nell’ottica del normale andamento ciclico dell’economia, caratterizzato da periodi di crescita intervallati da momentanee pause (stagnazione o recessione) allora le quotazioni odierne di molti titoli sono storicamente molto attraenti. E lo sono perché il mercato sconta in anticipo l’andamento previsto dell’economia e quindi riflette nei prezzi attuali le previsioni di recessione e il conseguente calo degli utili aziendali. Questo non vuol dire che da qui in avanti le quotazioni azionarie sono destinate necessariamente a salire (potremmo non aver ancora raggiunto i minimi del mercato), ma in un ottica di medio-lungo periodo potrebbe essere corretto accumulare posizioni sul mercato azionario per garantirsi rendimenti sopra la media per gli anni a venire. Infatti l’alternativa dell’investimento in titoli di stato non è particolarmente attraente visto che i rendimenti del titolo di stato tedesco (considerato il titolo europeo più sicuro) scadenza 2 anni si attestano al 2,30% e che il nostro BTP, pur riconoscendo un rendimento superiore di circa l’1%, fatica a proteggere i risparmi dall’inflazione.
Nonostante ciò i titoli governativi dell’area euro costituiscono correttamente la maggior fetta dell’investimento del risparmiatore medio e non bisogna buttarsi a capofitto nel mercato azionario, ma, anche se può sembrare paradossale viste le oscillazioni estreme dei mercati , acquistare azioni oggi è meno rischioso che nell’autunno scorso, quando il vento gelido della crisi avrebbe dovuto mettere in guardia gli investitori troppo esposti.